(di Khayim Illia, novembre 2025)
1. La terra come memoria
Nella lingua albanese, toka significa allo stesso tempo terra, suolo, patria, mondo abitato e terra promessa. È una parola di pienezza: non separa la materia dal significato. Abitare la terra significa appartenere alla memoria. Prima che la proprietà la trasformasse in merce, la terra era legame. Veniva condivisa, attraversata, lavorata insieme. Ogni albero, ogni pietra aveva il proprio posto nel racconto comune. Perdere la terra significava perdere il mondo. La modernità, nel voler liberare l’essere umano da questa appartenenza, ha compiuto uno slittamento: ha trasformato la terra comune — terra condivisa — in merce di mercato. Ciò che un tempo veniva trasmesso con una benedizione oggi si vende con un contratto. I nuovi cartelli che recitano “Proprietà privata” non annunciano prosperità, ma una frattura silenziosa: il suolo diventa superficie, il paesaggio ornamento, la memoria lotto edificabile.
2. Il villaggio spostato
Darëzezë e Re, che significa “la nuova Darëzezë”, porta nel nome stesso la ferita dello spostamento. Il villaggio antico, distrutto dai terremoti della fine degli anni Ottanta, oggi giace sotto le acque di un lago idroelettrico. Le famiglie trasferite vivono ora vicino al mare — senza mai abitarlo davvero. Dalle case il mare non si vede; talvolta, quando si alza il vento, lo si può sentire. Qui il mare è un orizzonte assente. Promette, ma non nutre. Gli ulivi e gli aranci resistono su un suolo sabbioso, i campi si riducono, i giovani se ne vanno. Questo silenzio del villaggio non è quello di una natura intatta: è il silenzio di un mondo che attende. E tuttavia, dentro questa disperazione apparente, rimane qualcosa: la capacità di resistere, di sopravvivere — di vivere al di sopra e al di là della vita stessa. Gli abitanti sanno riparare, riutilizzare, adattarsi. Accontentarsi di ciò che hanno — risolvere i problemi con ciò che esiste, senza lamentarsi di ciò che manca. Vivono in un equilibrio fragile, ma questo equilibrio custodisce una saggezza: non chiedere più di quanto la terra possa dare.
3. Il mare promesso
Negli ultimi anni, la costa a sud del villaggio è diventata oggetto di grandi progetti di sviluppo: nuove strade, zone turistiche, piani urbanistici. Queste visioni di un futuro radioso si susseguono al ritmo delle campagne elettorali. Si parla di modernità, investimenti, crescita. Ma sul terreno mancano l’acqua potabile, l’energia è intermittente e il mare resta un sussurro oltre le dune. Tra la montagna e il mare, la terra albanese porta in sé una tensione antica: quella della creazione e del passaggio. Questo popolo è allo stesso tempo montanaro e marinaro, stanziale e nomade. Il suo equilibrio naturale non risiede né nella rigidità né nella fuga, ma nella circolazione — nella fedeltà al movimento. Ed è proprio questo movimento che la modernità ha congelato. Trasformare la costa in una vetrina turistica significa dimenticare che il territorio non è una scena, ma un respiro. La terra non ha bisogno di essere “sviluppata” per essere viva: è già viva, finché l’essere umano la abita con misura e cura.
Darëzezë e Re — Tra memoria e promessa turistica
Per anni si è parlato di un piccolo complesso alberghiero a sud del villaggio. Ciò che oggi ritorna, annunciato alla vigilia delle elezioni, supera ogni immaginazione: si tratta di una trasformazione costiera di vasta portata — un parco turistico per decine di migliaia di visitatori, con alberghi internazionali, centinaia di ville ed edifici, infrastrutture per il tempo libero. Nel linguaggio ufficiale si parla di “trasformazione radicale”. Sul terreno si vedono tracce fresche tra i pini, segni di bulldozer e alberi abbattuti. Dal punto di vista sociale, il progetto è già problematico. Gli abitanti di Darëzezë e Re e dei comuni vicini non sono stati consultati: gli status dei terreni sono cambiati nei piani urbanistici, le parcelle vengono vendute e lo Stato — principale proprietario della costa — procede a velocità cieca. La promessa di lavoro e prosperità convive con il rischio reale di spoliazione: spostamento silenzioso degli abitanti, aumento dei prezzi dei terreni, un’economia stagionale che favorisce investitori e costruttori a scapito della vita locale. Sul piano ecologico, la minaccia è immediata. La costa, i pini, le dune e le lagune — spazi di incontro, di memoria e di ombra — vengono trattati come semplici “superfici” da spianare. Le prime tracce delle macchine mostrano una logica d’uso in cui la natura diventa decorazione e risorsa, non compagna di vita. Nel frattempo, acqua ed energia — indispensabili per un turismo intensivo — non sono pianificate in base alle reali dimensioni del progetto: l’infrastruttura attuale è fragile e ogni carico aggiuntivo comporta carenze e inquinamento. Dal punto di vista economico, la strategia appare errata rispetto alle tendenze europee: potere d’acquisto in calo, flussi turistici instabili, concorrenza regionale. La scommessa su un grande boom sembra speculativa — mentre i danni al paesaggio sono visibili e immediati. Esiste un’altra via: orientare ogni intervento verso uno sviluppo radicato — piccole strutture comunitarie, turismo agro-ecologico, gestione collettiva delle terre, protezione rigorosa degli ecosistemi costieri — affinché la “promessa” diventi un bene comune e non una spoliazione dei diritti. Senza una consultazione reale e senza garanzie su acqua, energia, accesso alla terra e tutela di dune, lagune e pinete, Darëzezë e Re rischia di essere sacrificata a una modernità che prende più di quanto dia.
4. Il territorio vissuto
Un territorio non è una semplice estensione geografica: è un intreccio di memorie, echi e gesti. In ogni villaggio, in ogni frutteto, la vita si organizza ancora attorno a un sapere non scritto: come condividere l’acqua, come preservare la luce, come ricordare i morti. Sono pratiche ecologiche prima ancora che esistesse la parola — non per virtù, ma per necessità. Oggi questo sapere è minacciato non solo dalle macchine e dai progetti, ma anche dall’oblio. La giovane generazione conosce meglio la geografia digitale che la terra sotto i propri piedi. Parla la lingua del mondo, ma perde le parole del vento e della pioggia. La separazione non è solo fisica — è immaginaria. Cancella la capacità di sentire la terra come presente, anche quando vi si sta sopra. E tuttavia i luoghi conservano la memoria. Anche abbandonati, continuano a respirare attraverso gli alberi, i canali e i sentieri. Il territorio vissuto semplicemente attende — attende che qualcuno lo riscopra ancora una volta.
