Quello che ancora rimane

da | 25.12.25 | ecologia, economia, organizzazione pubblica, società

Ci sono silenzi che non sono vuoti.
Il silenzio che circonda il 1997 in Albania è uno di questi. Non deriva dall’oblio, ma da un eccesso di vicinanza. Troppi morti, troppe paure, troppe responsabilità intrecciate. Vittime e colpevoli che a volte condividono lo stesso nome, la stessa casa, la stessa terra. Allora si è taciuto. Non per negare, ma per continuare a vivere.

Quel silenzio ha plasmato un’intera generazione. Ha insegnato a non aspettare la salvezza dall’alto. Ha insegnato che lo Stato può scomparire da un giorno all’altro, che le promesse possono dissolversi più rapidamente del denaro nelle piramidi finanziarie, che la violenza può scoppiare senza uniforme. Ma ha anche trasmesso qualcos’altro: una conoscenza intima di ciò che permette di resistere quando tutto il resto crolla.

L’Albania è stata spesso descritta come un paese in ritardo. Forse è soprattutto un paese che ha visto prima. Prima il fallimento dei sistemi, prima la nudità dei discorsi, prima il prezzo reale della crescita senza limiti. Ciò che altre società europee hanno nascosto sotto decenni di relativa prosperità, qui si è mostrato a volto scoperto: la corruzione, la speculazione, la distruzione dell’ambiente, l’illusione di un progresso misurato solo in cifre.

Eppure la vita continua.

Continua nei giardini, nei cortili, negli scambi senza fatture, nelle competenze trasmesse senza diplomi. Continua in quell’immensa zona grigia che le istituzioni internazionali chiamano “informale”, come se questa parola bastasse a squalificare ciò che non si lascia quantificare. Eppure è proprio lì che batte il cuore del Paese. È lì che si prepara, senza slogan, senza manifesti, un altro modo di abitare il mondo.

Non si tratta di idealizzare la povertà né di negare le ingiustizie. C’è malnutrizione, ci sono carenze reali, ci sono sofferenze profonde. Ma c’è anche una cosa rara: una capacità collettiva di sopravvivere senza dipendere interamente dai circuiti finanziari, dalle catene logistiche globalizzate, dalle ingiunzioni che arrivano da lontano. Una capacità di produrre, riparare, condividere, adattarsi.

Mentre le grandi potenze continuano a cantare le lodi della crescita perpetua, qui molti sanno già che non si mangiano i grafici, non si bevono le promesse, non ci si riscalda con i discorsi. Sanno che l’acqua, la terra, l’energia, il cibo sono realtà concrete, locali, fragili, che richiedono cura e attenzione piuttosto che il massimo rendimento.

Forse è proprio qui che risiede una forma di futuro. Non in un grande modello esportabile, ma in una moltitudine di pratiche modeste, radicate, consapevoli. Comunità che riprendono conoscenza delle loro risorse, che proteggono ciò che le fa vivere, che sviluppano o riscoprono tecniche sobrie, sostenibili, adatte al loro ambiente. Non per ideologia, ma per necessità illuminata.

Questo movimento non ha bisogno di bandiere. Spesso avanza in silenzio. Diffida dei centri di potere, perché ne ha visto la fragilità e talvolta la violenza. Sa che l’autonomia non è mai totale, ma che ogni passo verso la sovranità alimentare, idrica o energetica riduce la vulnerabilità.

Ciò che alcuni chiamano disordine, altri possono vederlo come una riserva di libertà. Una libertà ruvida, imperfetta, a volte caotica, ma reale. Una libertà che non dipende interamente da sistemi astratti destinati al collasso.

L’Albania non è un modello da copiare. È uno specchio ingranditore. Mostra cosa succede quando le illusioni svaniscono rapidamente. E in questo specchio si distingue qualcosa di prezioso: la persistenza del locale, delle relazioni, della vita. Ciò che resiste quando tutto vacilla.

Forse il futuro non sarà riparato. Forse sarà ricostruito, pezzo per pezzo, villaggio per villaggio, comunità per comunità. Non nella nostalgia, ma in una rinnovata attenzione a ciò che nutre, protegge e collega.

E questo, nonostante tutto, dà fiducia.