Quando ero ragazzo, papà a volte ci raccontava storie della sua vita: racconti fantastici, a volte stravaganti, spesso avventurosi, ma sempre con un tono del tutto credibile. Tra fratelli, ne discutevamo poi per concludere, in generale, che erano inventati.
Papà introduceva sempre questo tipo di racconti con la frase: «Quando ero macellaio a Rennes…». Ma queste storie non riguardavano né la macelleria né la città di Rennes; e sapevamo benissimo che papà non era mai stato macellaio – era incapace di fare del male a una mosca – e che, ad eccezione di due anni a Montreal, non aveva mai vissuto altrove che in Svizzera, per lo più a Zurigo.
Diventato padre a mia volta, ho ripreso questo stile di racconti fantastici, con la differenza che la mia frase introduttiva era: «Ai tempi in cui lavoravo per i servizi segreti di Montecarlo…».
Spesso le mie storie si ispiravano – pur parodiandole – ai film di spionaggio, in particolare a quelli di James Bond, la cui interpretazione di Sean Connery era particolarmente apprezzata da mio padre.
Ma, proprio come io e i miei fratelli abbiamo impiegato anni per mettere in discussione l’idea che papà potesse aver esercitato la professione di macellaio a Rennes, i bambini a cui raccontavo le mie storie di agenti segreti non dubitavano affatto che io potessi essere davvero un ex agente dei servizi segreti di Montecarlo.
Eppure, come papà, non ero mai stato a Montecarlo e avevo vissuto praticamente tutta la mia vita a Zurigo e dintorni; e chiunque mi conosca, compresi i bambini, non può seriamente immaginare che io lavori per un servizio di intelligence o segreto al servizio dello Stato.
Ti racconto questo perché nel villaggio in cui vivo e sul quale avevo iniziato a fare ricerche per scriverne la storia, da un anno circola una voce insistente secondo cui lavorerei per l’FBI.
Nella realtà albanese, dove la società e le famiglie sono state sistematicamente frammentate dai servizi segreti di una dittatura totalitaria, il riflesso di diffidare di una persona venuta dall’esterno a fare domande non ha nulla di ridicolo e rimane molto comprensibile, anche trentacinque anni dopo la fine del regime.
Per quanto sia difficile essere evitato e non poter più raccogliere testimonianze sulla storia del villaggio, sarebbe futile, se non disperato, rispondere alla voce con una smentita. Dopotutto, quale agente segreto ammetterebbe di essere un agente segreto?
Quindi, in attesa di poter approfondire le mie ricerche sulla storia del villaggio, mi concentro sull’apprendimento della lingua albanese, per poter – spero in un futuro prossimo – sedermi al tavolo di un bar e, alla prima occasione, raccontare una di quelle storie fantastiche di cui solo io conosco il segreto, iniziando con: «Kur punoja për shërbimin sekret të Monte Karlos…»
Il macellaio di Rennes e l’FBI
